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CONFISCA EDILIZIA

Una volta conseguito il possesso dell'immobile abusivo, il comune si deve fare carico della sua gestione.
 

A tal fine, la prima decisione da compiere (prevista dallo stesso art. 31 t.u.ed.) riguarda la scelta fra mantenere e demolire il manufatto abusivamente realizzato dal trasgressore spossessato.
 
 
 
 
1.       RAPPORTO FRA ACQUISIZIONE E DECISIONE DEMOLITORIA/CONSERVATIVA
 
 

Il fatto che la delibera consiliare, nel disegno normativo, debba seguire e non precedere il provvedimento acquisitivo non sembra revocabile in dubbio. Infatti il testo unico dell’edilizia, nel disporre che «l’opera acquisita è demolita con ordinanza del dirigente o del responsabile del competente ufficio comunale a spese dei responsabili dell’abuso, salvo che con deliberazione consiliare non si dichiari l’esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l’opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici, ambientali o di rispetto dell’assetto idrogeologico», si occupa chiaramente di un’opera che è già acquisita e che solo a quel punto (dopo l’acquisizione) giunge al bivio fra demolizione e conservazione. Il fatto che l’acquisizione preceda quest’ultima decisione, pertanto, emerge per tabulas dal testo di legge e risulta giustamente sottolineato dalla dottrina specialistica più attenta.
 

Nella prassi, tuttavia, si rinviene una certa tendenza a decidere se conservare o demolire l’abuso prima ancora di averlo formalmente acquisito. Ciò dipende probabilmente dal fatto che la legge Bucalossi era molto meno chiara sulla consequenzialità fra acquisizione e decisione conservativa/demolitoria: essa infatti disciplinava dapprima l’acquisizione e conservazione e solo dopo parecchi commi la demolizione, con una scelta sistematica che ostacolava il coordinamento fra le due previsioni e che ha lasciato strascichi nella giurisprudenza amministrativa. Ma il legislatore del primo condono ha riscritto l’istituto in parte qua e la novella sembra consapevolmente finalizzata proprio a far sì che l’acquisizione avvenga prima di ogni altra decisione. Del resto, si è detto che l’acquisizione è un atto dovuto, per cui consentirne il differimento fino ad un atto ampiamente discrezionale sarebbe evidentemente contraddittorio. E si noti, ancora, che la delicata decisione in ordine al destino dell’abuso acquisito, nei casi più complicati, è ovviamente agevolato dalla possibilità di eseguire sopralluoghi, misurazioni e valutazioni tecniche del fabbricato. Pertanto, sebbene la giurisprudenza tenda ancora oggi a consentire che la decisione con... _OMISSIS_ ...a l’acquisizione, si deve ritenere che la sequenza opposta sia largamente preferibile, sia perché più rispettosa del dato normativo, sia perché tecnicamente più agevole ed opportuna.
 
 
 

2.       RAPPORTO FRA DECISIONE DEMOLITORIA E DECISIONE CONSERVATIVA
 
 

Per comprendere se la regola sia la demolizione ovvero la conservazione del manufatto giova rammentare che, fra gli interessi perseguiti dal legislatore nell’introdurre a suo tempo la confisca edilizia, spiccava storicamente l’esigenza di prevenire la distruzione degli abusi più utili alla collettività e suscettibili di asservimento al pubblico interesse.
 

Ciò si tradusse, nel 1977, in una precisa scelta politica, consistente nella dichiarata preferenza per la conservazione del bene. Dopo aver compiutamente disciplinato l’acquisizione ed esser passata a regolamentare anche altri istituti, infatti, la legge Bucalossi ritornava sul punto per contemplare, quasi come una extrema ratio, l’eventualità che l’opera acquisita contrastasse «con rilevanti interessi urbanistici o ambientali ovvero non po[tesse] essere utilizzata per fini pubblici», ammettendo in queste due ipotesi soltanto che fosse «demolita a spese del suo costruttore»: in tutti gli altri casi, all’evidenza, l’abuso si doveva ritenere definitivamente acquisito dal comune ed asservito al pubblico interesse. E infatti la norma faceva confluire il manufatto nel «patrimonio indisponibile del comune», specificando che l’ente locale lo «utilizza a fini pubblici, compresi quelli di edilizia residenziale pubblica».
 

La norma aveva dato luogo a notevoli incertezze interpretative, a cominciare dal piano strettamente operativo: v’era ad esempio chi riteneva che il sindaco, prima ancora di acquisire l’abuso, dovesse accertare senz’altro la volontà consiliare, così da astenersi dall’acquisire un abuso da demolire e insistere piuttosto per la sua demolizione; al contempo, però, v’era anche chi riteneva che l’acquisizione dovesse essere fatta in entrambi i casi, rinviando la decisione consiliare (come sembra più corretto) ad un secondo momento.
 

Il legislatore ha preso atto di queste incertezze già occasione del primo condono, cercando di risolverle mediante riscrittura della norma in parte qua. Per fugare ogni dubbio sul fatto che l’abuso debba essere confiscato in ogni caso, allora, la disposizione del 1985 fa riferimento all’«opera acquisita», con ciò evidenziando che l’alternativa fra demolirla e ma... _OMISSIS_ ...econdo momento. Ed anche su quest’ultimo punto il legislatore interviene con decisione, segnatamente invertendo il rapporto fra demolizione e mantenimento: la costruzione, infatti, «deve essere demolita [...] salvo che con deliberazione consiliare non si dichiari l’esistenza di prevalenti interessi pubblici e sempre che l’opera non contrasti con rilevanti interessi urbanistici o ambientali».
 

Come nota la più attenta dottrina, questa inversione formale rispecchia una innovativa scelta di politica legislativa: se prima il mantenimento dell’opera risultava la regola, infatti, ora la regola sembra la demolizione, e la destinazione del bene al pubblico interesse risulta degradata a mera eventualità.
 

Il ribaltamento di prospettiva, tuttavia, è stato apertamente criticato. Forse anche per questo, il testo unico del 2001 sostituisce all’imperativo categorico del 1985 una forma più morbida e impersonale: oggi, pertanto, l’opera «è demolita» (e non «deve essere demolita»), con ciò delineandosi un contesto di sostanziale equivalenza fra la «soluzione finale» demolitoria e la «via d’uscita» conservativa, nel senso che nessuna delle due prevale sull’altra, ma entrambe si prestano ad assecondare gli interessi pubblici che il comune ha il dovere di ... _OMISSIS_ ...