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diritto penale, sicurezza

 

TEMI degli articoli



Natura giuridica della legittima difesa e della posizione giuridica difendibile
La legittima difesa è una causa di giustificazione del reato. Questo termine indica situazioni particolari, previste esplicitamente dal legislatore, in presenza delle quali, fatti in cui sono presenti tutti gli elementi costitutivi del reato, che pertanto sarebbero penalmente rilevanti, sono considerati leciti fin dal momento della loro realizzazione.

Legittima difesa domiciliare e tradizionale
La natura della proporzione nella legittima difesa domiciliare è strettamente connessa al rapporto tra quest’ultima e la legittima difesa “tradizionale”: la riforma del 2006 non ha introdotto una nuova figura di legittima difesa, limitandosi a prevedere una deroga ai requisiti richiesti dall’art. 52 primo comma c.p., quando l’aggressione ingiusta si verifichi nel privato domicilio o in un luogo ad esso equiparabile, per l’importanza che esso riveste nella vita delle persone.

Legittima difesa putativa ed eccesso colposo nella legittima difesa
La comprensione della legittima difesa putativa presuppone che sia chiaro come nel nostro sistema penale rilevi l’esistenza della causa di giustificazione, non certo la percezione della stessa da parte dell’agente. Ciò significa che la scriminante possa essere invocata anche da colui che, al momento di agire, ne ignorava l’esistenza. La legittima difesa rientra così, come tutte le altre cause di giustificazione, tra le circostanze che escludono la pena perché fanno venire meno il reato.

Evoluzione storica della normativa sul reato di «riciclaggio»
Il termine riciclaggio appartiene al lessico della ingegneria gestionale e contraddistingue un processo industriale: l’insieme delle metodologie dirette al riutilizzo (re-immissione nel ciclo produttivo) dei materiali di rifiuto, che perdono così la propria natura di scarto. Tale denominazione è stata utilizzata dal Legislatore italiano per tradurre, in termini normativi, la condotta materiale di chi nasconde l’origine illegale di un introito, mascherandola in modo da farla apparire legittima

Fisionomia del delitto di riciclaggio
L’illecito descritto nell’art. 648-bis c.p., non può venire a giuridica esistenza se l’oggetto materiale del suo elemento cardine, la condotta, non ha una provenienza criminosa: in altri termini, il nostro ordinamento punisce con la massima sanzione statuale l’occultamento di «denaro, beni o altre utilità» soltanto se, e in quanto se, gli stessi derivano da un precedente contesto criminoso e, naturalmente, il soggetto che occulta è consapevole di una simile circostanza.

Riciclaggio di denaro: il bene giuridico protetto e il soggetto attivo
La scelta legislativa di collocare fin dall’inizio la fattispecie di riciclaggio all’interno del Libro II, Titolo XIII, Capo II del codice Rocco, da sempre ha spinto gli interpreti ad ascrivere l’offesa caratterizzante tale delitto in seno alla tutela del patrimonio. Del resto, l'asserito (in dottrina e giurisprudenza) collegamento genetico dell’illecito con la figura della ricettazione, da cui sarebbe stato forgiato per specificazione, non ha certo favorito lo sviluppo di una dogmatica autonoma

La natura polimorfica dell'illecito di «riciclaggio» (art. 648-bis Cod. Pen.)
Il delitto di riciclaggio è un illecito “polimorfo”: la norma, infatti, contempla – quali forme alternative ed equivalenti di condotte penalmente rilevanti – la sostituzione, il trasferimento ed altre operazioni aventi ad oggetto denaro, beni o altre utilità. L'art. 648-bis c.p., dunque, appartiene alla categoria delle disposizioni penali c.d. “a più fattispecie” (o norme miste alternative), ma la varietà tipologica dei comportamenti non fa perdere di unitarietà il fatto tipico di riciclaggio

Delitto di riciclaggio: dolo specifico o dolo generico?
Il delitto di riciclaggio è punibile a titolo di dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di porre in essere le condotte tipiche o atipiche incriminate nella consapevolezza dell'origine delittuosa dell'oggetto materiale del reato. A differenza di quanto avviene in altri ordinamenti, nel sistema italiano il riciclaggio colposo non è previsto come massimo illecito giuridico, sebbene l'osservanza da parte degli operatori degli obblighi antiriciclaggio sia presidiata da apposite sanzioni

Il delitto di «favoreggiamento reale»
Le condotte riconducibili alla fattispecie del favoreggiamento reale per lungo tempo e fino al secolo XIX trovarono collocazione nella teorica del concorso di persone nel reato e solo nelle legislazioni moderne (continentali), in seguito ad una lenta, ma attenta riflessione scientifica circa l'irragionevolezza della c.d. “complicità per posterius”, si sono emancipate dall'istituto oggi regolamentato dall'art. 110 c.p., guadagnando finalmente piena autonomia ontologica.

Presupposti normativi della condotta di favoreggiamento reale
Tre sono i presupposti che devono essere soddisfatti perché possa dirsi correttamente integrata la fattispecie di favoreggiamento reale: il primo, “positivo”, consiste nella già avvenuta realizzazione di un reato (sia esso un delitto o una contravvenzione) ad opera di altri; il secondo e il terzo, “negativi”, rispettivamente nel non concorso del favoreggiatore nell'illecito già realizzato e nella non riconducibilità del comportamento ausiliatore nello schema tipico della ricettazione.

La fattispecie del «favoreggiamento reale»: il bene giuridico, la condotta e l'elemento soggettivo
L'individuazione del bene giuridico protetto dalla fattispecie ex art. 379 c.p. non è mai stata attività semplice. Ancora oggi, la maggior parte della dottrina trova molte difficoltà a restituire all'oggetto di tutela del favoreggiamento reale quella specificità che gli appartiene, nonostante che intorno alla sua natura – nel tempo – siano state maturate molteplici e approfondite riflessioni che, però, non hanno contribuito a sottrarlo all'appiattimento su un più generale interesse di categoria

Riciclaggio e favoreggiamento reale: conflitto apparente di norme
Il conflitto apparente di norme da sempre rappresenta crocevia ed intreccio di numerose e ampie discussioni dogmatiche. In effetti, mentre la giurisprudenza ha sempre mostrato – e tutt'ora mostra – in ordine a tale ardua questione un atteggiamento che, anche se non privo di interesse, resulta precipuamente empirico (ossia lontano da complesse architetture speculative), la dottrina – al contrario – sul tema non ha mai smesso di esprimere pareri e produrre teoresi tra loro quantomai discordi.

Il conflitto apparente di norme incriminatrici: riciclaggio e favoreggiamento reale
Il delitto di riciclaggio e quello di favoreggiamento reale ben possono dare luogo a conflitto apparente di norme. Le due fattispecie, in astratto, in realtà sembrerebbero configurare una relazione di specialità reciproca (o bilaterale) parte per aggiunta e parte per specificazione, e dunque una ipotesi di interazione normativa nella quale non è possibile dubitare sulla disposizione prevalente:[18] in effetti, mentre il riciclaggio implica comportamenti qualificati da caratteristiche tipologiche

Il criterio della «rilevanza del contesto tipico di fattispecie»
Il rapporto di specialità reciproca (o bilaterale) per specificazione è l'unica tipologia di relazione normativa in grado di stigmatizzare il conflitto apparente tra fattispecie: ciascuna delle disposizioni in raffronto, in effetti, manifesta un “peso specifico” esattamente pari a quello delle altre e ciascuna, in seno alla propria astratta configurazione, non offre alcun elemento contenutistico per il quale stabilire il precetto che deve prevalere.

Prime riflessioni critiche sul neonato delitto di «autoriciclaggio»
Una prima difficoltà discende dalla constatazione che le ulteriori operazioni di “impiego, sostituzione e trasferimento in attività economiche, finanziarie”, poste in essere per ostacolare l'identificazione della provenienza delittuosa di denaro, beni o altre utilità, rappresenterebbero la naturale prosecuzione, di quegli stessi reati presupposto, dando luogo ad azioni non suscettibili di autonomo disvalore rispetto a quello della precedente condotta criminosa.

La Decisione Quadro 2003/568/GAI: gli articoli 3, 4, 5, 6, 7, 9
L’articolo 3 si concentra sulla partecipazione secondaria al reato di corruzione sotto forma di istigazione e favoreggiamento. L’articolo 4 prevede che i reati di corruzione nel settore privato siano passibili di sanzioni penali effettive, proporzionate e dissuasive. L’articolo 5 disciplina la responsabilità delle persone giuridiche in rapporto sia alla corruzione attiva che passiva. L’articolo 6 impone agli Stati membri di stabilire sanzioni per le persone giuridiche responsabili di corruzione

Recepimento della Decisione Quadro 2003/568/GAI e cooperazione internazionale
Il quadro che emerge dal Rapporto della Commissione europea ha poche luci e molte ombre. Sul fronte dell’attuazione sono molti gli Stati che segnano il passo, tra cui l’Italia, con alcune norme recepite, altre recepite male o del tutto ignorate, che rendono difficile il contrasto alla corruzione nel settore privato. Per questo la Commissione europea ha adottato anche un pacchetto di misure per fronteggiare la corruzione dopo aver fatto il punto sulla situazione all’interno dei Paesi membri

L'adeguamento dell'Italia agli obblighi comunitari e internazionali contro la corruzione privata
Facendo riferimento più da vicino alla situazione italiana sono evidenti persistenti distonie e frizioni tra gli obblighi assunti in via convenzionale e gli adempimenti interni necessari all’attività di contrasto alla corruzione nel settore privato. In questo contesto assume una particolare rilevanza l’applicazione nell’ordinamento italiano del principio di interpretazione conforme e di quello di specialità, in particolare ai fini del rispetto degli obblighi derivanti dalla partecipazione all’UE

L'Italia contro la corruzione tra privati: la legge n.300/2000 e successive specificazioni
Di fronte alla multiforme disciplina comunitaria e internazionale si pone il problema dell’incidenza e della sua applicazione a fatti di corruzione con rilevanza interna. La soluzione deve essere trovata caso per caso in base alla disciplina di raccordo presente in ogni specifico strumento normativo. È da escludere ad esempio la possibilità di applicare la Convenzione OCSE e la Convenzione di Palermo perché il contenuto delle loro disposizioni copre fattispecie caratterizzate da internazionalità

La Decisione Quadro 2001/220/GAI: la tutela della vittima nel procedimento penale
Il diritto al processo "equo" è riconosciuto al solo imputato, mentre la vittima vive ai margini del procedimento, patendo carenze di prerogative, evidenti durante le indagini ma ben presenti anche nelle altre fasi processuali. Le indicazioni che provengono dalla normativa sovranazionale, e in particolare dalla decisione quadro 2001/220/GAI, impongono una seria riflessione sui limiti del nostro sistema processuale e sulla sua distanza dagli standards di tutela indicati dalla normativa europea

Decisione Quadro 2001/220/GAI e tutela della vittima: debolezze del sistema italiano, formazione della prova dichiarativa
Ciò che emerge dalla normativa sovranazionale e dalle decisioni della Corte europea dei diritti dell’uomo evidenzia le carenze strutturali del nostro sistema processuale con riferimento alla tutela della vittima. In particolare si evidenzia: la carenza di sistemi di controllo sulle inerzie del pubblico ministero circa le iniziative cautelari, la mancata previsione della remissione di querela per alcuni reati, mentre la costituzione a parte civile è possibile solo nella fase d'udienza preliminare

Le indicazioni della Decisione Quadro 2001/220/GAI
L’Unione Europea, con decisione quadro 2001/220/GAI, ha provveduto alla elaborazione di una vera e propria “carta dei diritti delle vittime”, che obbliga gli Stati a conformare il sistema interno alle richieste dell’ordinamento sovranazionale. Diverse le indicazioni fornite agli Stati membri dell’Unione per la creazione si un sistema omogeneo di tutela della vittima. Sono subito indicate come destinatarie di maggiore tutela e di trattamenti specifici le vittime particolarmente vulnerabili

La normativa italiana: individuazione della vittima vulnerabile e del doppio binario
Attualmente è previsto l’accesso al contraddittorio anticipato del testimone minorenne anche non offeso e dell’offeso maggiorenne circa alcuni reati precisamente indicati e selezionati sulla base della gravità e del trauma da esso derivante. La norma costituisce uno dei tasselli principali di un binario processuale riservato al testimone vulnerabile in genere, ed in modo implicito, anche alla teste-vittima. Tale sistema è caratterizzato dalla individuazione dell’attributo della vulnerabilità

Decisione Quadro 2001/220/GAI: vulnerabilità della vittima nei procedimenti penali in italia
Per quanto l’incidente probatorio si presenti come uno strumento di tutela dei diritti della vittima vulnerabile in quanto appare finalizzato alla contrazione delle audizioni giudiziali (art.3), nella prassi giudiziaria si registra qualche resistenza all’accoglimento dell’incidente probatorio “incondizionato”. Sono infatti non insoliti provvedimenti di rigetto emessi dai giudici per le indagini preliminari e basati su divergenze interpretative circa la struttura e i presupposti dell'istituto.

La Decisione Quadro 2001/220/GAI in Italia: infrastrutture e tutela dei dati personali
Agli Stati sono richiesti gli interventi necessari per evitare i contatti tra la vittima e gli autori del reato negli edifici degli organi giurisdizionali, e per garantire alle persone offese, in particolare, a quelle più vulnerabili, la possibilità di rendere testimonianza in condizioni che consentano di proteggerle dalle conseguenze della loro deposizione in udienza pubblica. Si tratta di esigenze che ricevono notoriamente una risposta assai parziale, e in alcuni casi del tutto contraddittoria

La Decisione Quadro 2001/220/GAI: l'interpretazione conforme delle norme
Sarebbe difficile per l’Unione adempiere efficacemente alla sua missione se il principio di cooperazione, che implica, in particolare, che gli Stati membri adottino tutte le misure in grado di garantire l’esecuzione degli obblighi derivanti dal diritto dell’UE, non si imponesse anche nell’ambito della cooperazione di polizia e giudiziaria in materia penale. Dunque l’interpretazione conforme si impone anche rispetto alle decisioni quadro adottate nell’ambito del titolo VI del Trattato sull’Unione

Le soluzioni interpretative offerte dalla pronuncia “Pupino”
Le indicazioni provenienti dalla sentenza “Pupino” consentono di individuare soluzioni interpretative che rendano il nostro sistema maggiormente coerente con i principi delle fonti sovranazionali. In particolare, l’accesso al contraddittorio predibattimentale per alcuni offesi da reato è un approdo raggiunto solo di recente con l’estensione della possibilità di utilizzare l’istituto anche per l’audizione delle vittime maggiorenni di reati sessuali, atti persecutori o maltrattamenti in famiglia

La Decisione Quadro 2001/220/GAI: identificazione della vittima vulnerabile
Circa l'identificazione delle caratteristiche di vulnerabilità della vittima, i giudici europei chiariscono che se è sufficiente la condizione di minorenne a qualificare la vittima come particolarmente vulnerabile, appare incontestabile che bambini in età infantile che hanno subìto maltrattamenti da parte di un’insegnante, possano essere qualificati “vulnerabili” alla luce non solo della loro età, ma anche della natura e delle conseguenze delle infrazioni di cui ritengono di essere stati vittima

Le indicazioni della CEDU e della Corte di Giustizia sulla tutela della vittima nel procedimento penale
Le misure di protezione processuale devono conciliarsi con i diritti della difesa e controbilanciare i sacrifici imposti a quest'ultima. La Corte di Strasburgo ricorre, come sempre, alla tecnica del bilanciamento e non conclude nel senso dell'esclusione probatoria, ma, piuttosto, dell'indicazione di appropriate regole di valutazione. In altri termini, il bilanciamento tra il diritto dell’accusato a confrontarsi con la fonte delle accuse e il diritto della vittima ad essere protetta dal processo

La valutazione della Decisione Quadro da parte della Corte europea di giustizia
Nella pronuncia del 9 ottobre 2008 terza sezione nel caso Katz, la Corte di Lussemburgo è stata chiamata a pronunciarsi su una questione pregiudiziale riguardante l’interpretazione degli articoli 2 e 3 della decisione, con riferimento alla normativa ungherese che, in caso di azione penale avanzata dalla vittima, non prevede che l’offeso renda testimonianza. La particolarità del caso risiedeva nel fatto che la parte che aveva promosso l’azione, nel sistema ungherese, coincideva con la vittima

Il diritto della vittima ad accedere all’incidente probatorio e il diniego del pubblico ministero
Quanto all'esclusione in capo alla vittima di sottoporre al controllo del giudice la decisione di diniego del pubblico ministero sulla decisione del giudice viene osservato che tale circostanza si inserisce in un sistema in cui la formulazione dell’accusa è in linea di principio riservata al pubblico ministero. Questa appare in sottile contrasto con le affermazioni della Corte di Strasburgo che nel caso Sottani contro Italia ha espresso dei dubbi sulla compatibilità con la convenzione EDU

La Decisione Quadro 2003/568/GAI e la corruzione nel settore privato
La definizione della corruzione nell’ordinamento italiano trova un legame costituzionale nell’art.98 della Carta Fondamentale, in forza del quale l’attività degli incaricati di pubblico servizio, tramite le funzioni o i servizi svolti, è rivolta alla soddisfazione dei bisogni fondamentali dei cittadini e si svolge al servizio esclusivo della Nazione. Sulla base di questi principi la corruzione ha trovato una sua disciplina specifica nel settore penalistico, in particolare nell'ambito codicistico