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Il trasferimento d'azienda


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titolo:INTERMEDIAZIONE NELLA PRESTAZIONE DI LAVORO
anno:2015
pagine: 97
formato: pdf  
prezzo:
€ 20,00

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laureata in Giurisprudenza

Trasferimento d'azienda
La definizione di trasferimento d'azienda viene fornita dall'art. 2112 co. 5 c.c., il cui primo periodo recita: «Ai fini e per gli effetti di cui al presente articolo si intende per trasferimento d'azienda qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un'attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato ivi compreso l'usufrutto o l'affitto di azienda».
La disposizione in esame è stata oggetto di alcune modifiche nel tempo. In particolare è solo con l'art. 3 co. 1 d.lgs. 2 febbraio 2001, n. 18 che, recependo il dettato comunitario, viene introdotta la nozione di trasferimento di azienda. La disciplina previgente si limitava a regolarne le conseguenze rimandando, implicitamente, all'elaborazione giurisprudenziale e dottrinale in materia.

I presupposti di applicazione della disposizione sono le nozioni di "azienda" e di "trasferimento", in relazione alle quali si possono fare alcune osservazioni.

Il... [Omissis - La versione integrale è presente nel prodotto - Omissis] ...nto si sostanzia nel «mutamento di titolarità» dell'azienda. Di esso vengono analizzati tanto lo strumento utilizzato che il suo contenuto.

Per quanto concerne il primo l'inciso «a prescindere dalla tipologia negoziale» sembra consentire l'uso di qualsiasi fattispecie, tipica ovvero atipica. Diversamente il contenuto del negozio viene circoscritto a «cessione contrattuale o fusione», ciò che genera dubbi sulla natura tassativa o meno dell'indicazione. In ogni caso sembra potersi affermare che lo schema logico deve essere il seguente: al trasferimento d'azienda segue la cessione dei lavoratori. Non vale l'equazione inversa e cioè: il mantenimento dei lavoratori in seguito a subentro del datore implica sempre cessione d'azienda (o di suo ramo). In tal senso si giustificherebbe la previsione dell'art. 29 co. 3 d.lgs. 10 settembre 2003, n. 276.

L'azienda è definita come «attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità».

Quello che qui rileva è la differenza rispetto alla nozione che di azienda fornisce l'art. 2555 c.c.: «complesso dei beni orga... [Omissis - La versione integrale è presente nel prodotto - Omissis] ...l'imprenditore per l'esercizio dell'impresa». Il mancato riferimento ai beni pone il problema se possa essere trasferito anche un complesso costituito essenzialmente da personale: id est se il trasferimento possa sostanziarsi in cessione di sola forza lavoro. Ambiguo è il testo dell'art. 1 co. 1 lett. b) dir. 2001/23/CE del 12 marzo 2001, che parla di mezzi organizzati.
In realtà è ragionevole che questo possa accadere unicamente laddove sia la stessa «attività economica organizzata» ad essere costituita solo da elementi immateriali. Ma in tal caso, sembra, l'aporia si annida altrove e cioè nella circostanza in sé dell'inesistenza di beni: è il fatto che il valore aziendale sia dato dal solo apporto umano a richiedere, se del caso, particolari forme di tutela e si tratta di una necessità che nasce ben a monte dell'eventuale trasferimento.
Un'ulteriore questione è quella di stabilire se la disposizione richieda o meno che l'attività prosegua. La risposta può apparire scontata se si considera che l'art. 2112 c.c. si occupa del «mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso dei trasferimento d'azienda». Tuttavia il co. 5 della disposizione si limita a stabilire... [Omissis - La versione integrale è presente nel prodotto - Omissis] ...vità deve mantenere la propria identità e mai stabilisce che questa deve anche, effettivamente, continuare. In caso di risposta negativa, quindi, i lavoratori conserverebbero il diritto al posto di lavoro senza poter, effettivamente, lavorare. Ciò che non sembra in linea con un'accezione del diritto al lavoro, improntata a Costituzione, come diritto del singolo all'esplicazione della propria personalità. Obiezioni possono essere mosse anche all'argomento che esclude la continuazione facendo leva sulla necessità di garantire al cessionario la libertà di iniziativa economica: libertà che egli sacrifica proprio scegliendo di rendersi cessionario di un'azienda (o di un suo ramo), senza potersi smarcare dalle conseguenze che ne derivano.

Trasferimento di ramo d'azienda.
Ai sensi dell'art. 2112 co. 5 c.c. costituisce parte dell'azienda una «articolazione funzionalmente autonoma di una attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento».
Il riferimento alla «attività economica organizzata» pone le problematiche già rilevate per il trasferimento d'azienda. Una ulteriore questione rilevante è q... [Omissis - La versione integrale è presente nel prodotto - Omissis] ...oncerne il momento di individuazione dell'autonomia del ramo.
Giova ricordare, a questo proposito, che tra gli aspetti più discussi dell'intera materia vi è la possibilità che un trasferimento si presti a manovre dilatorie da parte dell'azienda. Ciò è particolarmente evidente in caso di cessione del ramo posto in essere al solo scopo di disfarsi dei lavoratori. Le preoccupazioni non possono che aumentare se si considera la facoltà di individuare il ramo all'atto della cessione stessa.

Il testo attuale dell'ultimo periodo dell'art. 2112 co. 5 c.c. è frutto della novella operata dal'art. 32 d.lgs. 10 settembre 2003, n. 273. Nel vigore della precedente disciplina, così come cristallizzata dal d.lgs. 2 febbraio 2001, n. 18, non si ponevano dubbi in ordine alla necessità che il ramo in cessione dovesse avere una propria identità già prima del trasferimento. Oggi il ramo non deve preesistere al trasferimento ed, anzi, può essere definito in occasione di esso.
Pertanto sembra da respingere l'opinione di parte della dottrina che, nonostante la riforma, ritiene il requisito ancora necessario.

Secondo altri un limite al potere di cedente e cessionario deve essere... [Omissis - La versione integrale è presente nel prodotto - Omissis] ...nella natura inderogabile delle previsioni dell'art. 2112 c.c.

In un'ottica opposta si è anche sostenuto che il requisito della preesistenza era in realtà inutile anche quando espressamente previsto, in quanto non impediva che il ramo venisse individuato appositamente per la cessione anche poco prima di essa. Si tratta, a parere di chi scrive, di un'opinione criticabile poiché la creazione ad hoc del ramo, anche se fatta prima della cessione, non impediva di stabilirne il carattere fraudolento. Inoltre ogni sanzione si presta a non essere osservata ma questo non può giustificare, per ciò stesso, il fatto di non predisporla.

La conclusione per cui non è più richiesta la preesistenza del ramo si pone in linea anche con lo scopo cui il legislatore del 2003 tendeva, vale a dire ampliare la flessibilità per il datore del lavoro.


 
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