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Decadenza della concessione per lo sfruttamento di acque minerali e termali

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titolo :CAVE, MINIERE, ACQUE MINERALI E TERMALI
anno:2012
pagine: 161 = equivalenti a 274 pagine in formato libro
testo in formato: pdf  
collana:osservatorio di giurisprudenza - 88
isbn: 978-88-97916-23-9
Acque minerali e termali: imbottigliamento, procedura di affidamento, rapporti con d.m. di riconoscimento | cave e miniere: ampliamento, autorizzazione allo scavo, autorizzazione paesaggistica, compatibilità con usi civici, competenza, contributi dovuti dal privato, decadenza, direttore attività estrattive, dismissione graduale, durata, elezione di domicilio, estensione, interferenza con concessione preesistente, interventi ambientali compensativi, messa in sicurezza, pareri obbligatori, permesso di ricerca, proroga, quantitativi minimi, recupero ambientale, rimessione in pristino, rinnovo, rinuncia del concessionario, sanzioni, sospensione, sostanze estraibili, subentro, trasferimento dell'autorizzazione, zona vincolata, pianificazione attività estrattiva, piano cave.
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 Sintesi: È illegittimo il provvedimento di decadenza della concessione per lo sfruttamento di acque minerali e termali motivato sulla base del trasferimento dei beni aziendali, poiché l'art. 27 R.D. 1443/1927 permette l'adozione di tale provvedimento soltanto al trasferimento non autorizzato dei diritti derivanti dalla concessione ovvero dell’attività oggetto della medesima.

Estratto: «8. Ciò posto le censure di difetto di istruttoria e di motivazione risultano fondate alla stregua di quanto di seguito precisato.8.1 Ed invero l’atto impugnato, come innanzi evidenziato, è basato sul rilievo che la società concessionaria P.M. s.a.s. di I.V. & C. in liquidazione, vendendo i propri beni alla società P.M. s.r.l. con atto in data 3/11/2004 per notaio G.G. di M., avrebbe di fatto operato un trasferimento non autorizzato della concessione, in violazione del disposto degli artt. 27 R.D. 1443/1927 e 18 L.R. n. 8/2008.Il citato art. 27 commi 1,2,3, dispone che “Qualunque trasferimento, per atto fra vivi, della concessione deve essere preventivamente autorizzato dal Ministro per l'economia nazionale.Ogni atto, che non abbia riportato la preventiva autorizzazione suddetta, è nullo tanto nei confronti dell'Amministrazione quanto fra le parti. Indipendentemente dalla nullità suddetta, il Ministro per l'economia nazionale può pronunciare la decadenza dalla concessione, osservate le norme dell'art. 41”. L’art. 40 del citato R.D. prevede a sua volta che “Il Ministro per l'economia nazionale può pronunciare la decadenza del concessionario, quando questi: 1) non adempia agli obblighi imposti con l'atto di concessione; 2) non abbia osservato le disposizioni contenute negli artt. 25, 26 e 27”. Per contro l’art. 18 L.R. n. 8/2008 non prevede espressamente fra le ipotesi di decadenza della concessione quella contemplata dall’art. 27 R.D. 1443/1927, ma prevede fra le varie ipotesi di decadenza quella del mancato rispetto delle prescrizioni della concessione, che nell’ipotesi de qua prevedeva all’art. 4 fra i motivi di decadenza quello del mancato rispetto della prescrizione del citato art. 40, che a sua volta rinvia all’art. 27 del R.D..L’art. 8 L.R. n. 8/2008 al comma 1 peraltro dispone che “Il trasferimento per atto tra vivi derivanti dalla concessione è subordinato alla disponibilità, da parte del subentrante, dei suoli e delle opere destinate all'esercizio della concessione ed all'autorizzazione regionale previa verifica del possesso dei requisiti soggettivi e di capacità tecnica ed economica necessari per lo sfruttamento del giacimento secondo il programma dei lavori approvato”.8.2 Ciò posto, l’impugnato provvedimento appare fondato su errati presupposti di fatto, o comunque su presupposti non idoneamente accertati in sede di istruttoria, ovvero il trasferimento non autorizzato dei beni da parte della società P.M. s.a.s. di I.V. & C. alla società P.M. s.r.l., presupposti tra l’altro valutati in violazione del disposto dell’art. 8 L.R. n. 8 del 2008.L’Amministrazione resistente infatti, pur ponendo a base della decadenza l’atto di vendita dei beni, intervenuto fra le due società e stipulato in data 3/11/2004 per notaio G.G. di M. non ha prodotto tale atto ma una semplice visura camerale della società P.M. s.a.s. di I.V. & C. in liquidazione, dal quale risulterebbe tale atto di vendita (peraltro genericamente indicato come atto di trasferimento d’azienda).Peraltro, in mancanza di produzione di tale atto, della quale era onerata l’Amministrazione, ex art. 64 comma 1 c.p.a., avendolo posto a fondamento dell’impugnato provvedimento, non è dato sapere se la vendita citata nella visura camerale si riferisse ai beni, come ritenuto dall’Amministrazione, ovvero all’attività (nella specie in senso lato l’attività alberghiera).D'altra parte il presunto riferimento dell’indicata vendita ai beni contrasta con gli atti successivi, puntualmente indicati e prodotti da parte ricorrente, ovvero con l’atto di divisione per notaio P.A. del 10/09/2007 - con il quale i signori I.V. ed A., soci della società P.M. s.a.s. di I.V. & C., avevano proceduto alla divisione dei beni in precedenza loro attribuiti in quota indivisa con atto del medesimo notaio del 30/11/2006 (a seguito della scioglimento della predetta società), attribuendo la quota nella quale era compreso l’oggetto della concessione a I.A. - nonché con il contratto di comodato intervenuto fra I.A. e la società P.M. s.r.l., avente tra l’altro ad oggetto il pozzo necessario per lo sfruttamento della concessione.Tali circostanze sono state puntualmente rappresentate da parte ricorrente non solo in questa sede ma anche in sede procedimentale, con la memoria ex art. 10 legge n. 241/90, prodotta da parte ricorrente a seguito della comunicazione di avvio del procedimento di decadenza.Le medesime circostanze peraltro erano state rappresentate all’Amministrazione regionale anche con l’istanza prodotta dal liquidatore della società P.M. s.a.s., volta al trasferimento della concessione in favore della società P.M. s.r.l..Tali presupposti pertanto dovevano essere adeguatamente presi in considerazione da parte dell’Amministrazione resistente, con riapertura dell’istruttoria, mentre la stessa si è limitata a considerarli irrilevanti, in palese violazione del disposto dell’art. 10 della legge n. 241/90.8.3 L’Amministrazione non ha correttamente considerato altresì il disposto dell’art. 27 R.D. 1443/1927, che riferisce la decadenza dalla concessione al trasferimento non autorizzato dei diritti derivanti dalla medesima, ovvero dell’attività oggetto della concessione, e non al mero trasferimento dei beni.Per contro la disponibilità dei beni destinati allo sfruttamento della concessione costituisce presupposto per il trasferimento della concessione, come evincibile dal disposto dell’art. 8 L.R. n. 8/2008.Parte ricorrente ha a tal riguardo dedotto di avere stipulato il contratto di comodato proprio al fine di integrare tale presupposto di disponibilità dei beni oggetto della concessione.Inoltre vi è da considerare che nell’ipotesi di specie un presunto trasferimento di fatto dell’attività oggetto di concessione contrasterebbe con quanto evidenziato nella memoria difensiva dell’Amministrazione, ovvero il mancato esercizio della concessione medesima a partire dal 1° gennaio 2003, che sembra essere riferito nella memoria medesima al mancato esercizio tout court dell’attività e non solo al mancato esercizio da parte della concessionaria.»


Sintesi: L'acquirente dell'area su cui un controinteressato sta esercitando l'attività estrattiva ha titolo per chiedere all'amministrazione un provvedimento di decadenza per l’esercizio dell’attività di cava e per impugnare l'eventuale silenzio della pubblica amministrazione.

Estratto: «Va rilevato che, nella specie, si è determinata una situazione particolare, per cui il soggetto controinteressato, divenuto proprietario su alcune aree su cui veniva inizialmente effettuata la coltivazione di un ravaneto di cava, ha chiesto al Comune di intervenire per pronunciare la decadenza dell’attività medesima, esercitata su aree di proprietà altrui. È evidente, pertanto, che il ricorrente in primo grado, in presenza di un comportamento inerte della pubblica amministrazione, aveva tutto l’interesse a richiedere un provvedimento che rimuovesse il silenzio della stessa pubblica amministrazione, la quale, preso atto della intervenuta proprietà del soggetto controinteressato in questa sede, ha successivamente dato corso al provvedimento di decadenza per l’esercizio dell’attività di cava su aree non di proprietà dell’Amministrazione comunale.Né il giudice è andato al di là dei suoi poteri, in quanto la condanna all’Amministrazione di pronunciarsi era sempre e soltanto collegata ad un’attività istruttoria del Comune in ordine all’esistenza del diritto di proprietà della Cooperativa A. a r.l.., cosa che è stata successivamente fatta.L’appello è, pertanto, infondato e va, conseguentemente, respinto.»


Sintesi: L'impiego sviato del titolo per l'attività estrattiva non vizia il titolo ma, al più, comporta l'obbligo per la P.A. di adottare il provvedimento di decadenza.

Estratto: «3.1. Il secondo motivo del ricorso principale, a sua volta, viene compendiato nell’eccesso di potere per travisamento dei fatti presupposti, per difetto di istruttoria e per sviamento, nella violazione della l. 241/90 e nell’eccesso di potere per carenza di motivazione.La tesi del Comune ricorrente, in sostanza è che quella affidata in concessione, sarebbe, più che una miniera, “un’enorme cava con la presenza sottostante di alcuni minerali”, e tale caratteristica, per il cantiere Monte del Prete, costituirebbe un dato sostanzialmente acquisito, dimostrabile in svariati modi.3.2. Anzitutto, il progetto originario avrebbe previsto “l’estrazione di 14 metri medi di argille (oggetto della miniera) poste sotto una coltre di 15 metri medi di calcare”, mentre – come risulterebbe dalla documentazione fotografica - nel I lotto sarebbe stato sinora effettuato “uno scavo di 35 metri, riguardante tutto e solo il materiale calcareo”, senza quasi raggiungere l’argilla: in altri termini, secondo una perizia di parte, l’estrazione e l’asporto di materiali argillosi sarebbe avvenuta in misura affatto modesta.Così, secondo parte ricorrente, “parlare di miniera è una sorta di ipocrisia, e ciò configura un caso evidente di eccesso di potere per travisamento dei fatti presupposti, per difetto di istruttoria e sviamento”, venendo qui scorrettamente qualificati i presupposti fattuali di un’attività amministrativa caratterizzata da ampi profili di discrezionalità tecnico-amministrativa.3.3. Ancora, trattandosi prevalentemente di una cava, secondo l’Ente ricorrente si sarebbe dovuto qui applicare l’art. 24 della l.r. 1/04, per cui, fino alla futura approvazione del piano regionale delle attività di cava, il parere espresso dalla Provincia sarebbe obbligatorio e vincolante.Ora, prosegue la censura, nel caso in esame la Provincia di Vicenza aveva espresso un parere sfavorevole al progetto presentato, pur riservandosi un riesame se la ricomposizione dell’area fosse stata garantita da un nuovo progetto; la Regione, viceversa, ha ritenuto sufficiente rimodellare l’area di intervento, stralciando peraltro un’area che neppure sarebbe quella considerata criticamente dalla Provincia.Né varrebbe obiettare che l’art. 24 non si applichi perché, in specie, si è seguito il procedimento unico per l’autorizzazione e la valutazione d’impatto ambientale, ex art. 23 l.r. 10/99: invero, la relativa disciplina sarebbe di tipo semplificatorio, ma non comporterebbe una deroga alle diverse competenze e all’efficacia, anche vincolante, degli atti di ciascuno, e ciò varrebbe anche per il parere espresso dalla Provincia.4.1. La censura, per come proposta, è inammissibile.Invero, sembra evidente al Collegio che essa non concerne tanto la legittimità della concessione originaria per tale, ovvero del successivo rinnovo qui gravato, giacché l’esistenza dei minerali argillosi, oggetto della concessione, non è posta in dubbio, nemmeno dal Comune ricorrente.E se è vero che, per raggiungere tali minerali, può essere necessario asportare strati di materiale che posseggono un proprio valore economico, tale circostanza non basta a negare la legittimità del titolo: ferme naturalmente restando situazioni particolari – che qui non risultano ricorrere – in cui il valore economico dei minerali sia ex ante di tale modestia che l’escavo può trovare una seria giustificazione soltanto attraverso la destinazione alla vendita dei materiali sovrastanti, per cui la concessione presenterebbe effettivi profili di illogicità.4.2. In realtà, nella fattispecie, la doglianza sembra diretta, quanto alla nuova autorizzazione, piuttosto ad un ipotetico impiego sviato di un titolo in sé legittimo, il quale non verrebbe cioè utilizzato, secondo lo scopo suo proprio, e dunque per estrarre argilla, quanto invece soltanto per cavare il calcare sovrastante, lasciando intatto il giacimento.Il vizio non è dunque riferibile al titolo, che è stato appropriatamente individuato e rilasciato in relazione all’attività che la controinteressata ha chiesto di svolgere.Egualmente poi non è censurabile la relativa istruttoria, e, così, la scelta di non applicare le norme le quali disciplinano il rilascio dell’autorizzazione di cava, e che impongono verga attribuito un valore vincolante al parere provinciale.4.3. D’altra parte, ove il concessionario effettivamente non utilizzasse appropriatamente il titolo rilasciatogli, il Comune ben potrebbe promuovere un procedimento di decadenza dello stesso secondo le norme speciali e gli istituti generali, né v’è dubbio che la Regione sarebbe tenuta ad esaminare una tale richiesta e verificare se l’interesse pubblico, sotteso all’attività di estrazione, è adeguatamente realizzato.»


Sintesi: La mancanza di disponibilità dell'area obbliga la P.A. ad emettere un provvedimento di decadenza della autorizzazione alla coltivazione della cava.

Estratto: «Nel merito il ricorso è fondato.L’art. 18, comma 5, lett. a) della l. reg. n. 78/1998 (recante il Testo unico in materia di cave, torbiere e miniere) stabilisce che comporta la decadenza dell’autorizzazione “la perdita della disponibilità del bene da parte del titolare dell'autorizzazione”.In punto di diritto è sufficiente rinviare al precedente conforme di questo Tribunale (Sez. I, 13 febbraio 2006, n. 388) secondo il quale, “anche in ragione della particolare natura del bene in questione e del sotteso riflesso pubblicistico alla idonea e tempestiva messa a frutto dello stesso”, la mancata disponibilità del bene, in ossequio al principio di buon andamento dell'azione amministrativa, comporta necessariamente la decadenza dell’autorizzazione.Quanto al presupposto di fatto si è già riferito che, al momento del rilascio dell’autorizzazione, V.T. vantava la disponibilità del ravaneto per effetto della stipula di un contratto preliminare di compravendita stipulato con la S. s.p.a.. Anche a prescindere dalla questione se tale situazione fosse sufficiente a radicare, in capo alla medesima la disponibilità giuridica del ravaneto, come richiesto dall’art. 12 della l. reg. n. 78 citata, non vi è dubbio che, a seguito della risoluzione del predetto preliminare di vendita, si sia determinata proprio quella situazione di indisponibilità del bene da parte del titolare dell’autorizzazione che il citato art. 18 contempla come causa di decadenza del provvedimento autorizzatorio.Né può aver rilievo sotto tale profilo la circostanza che il Comune a sua volta rivendichi la proprietà dell’area in questione atteso che, in ogni caso, al momento essa non figura nella disponibilità della società autorizzata.Tale essendo la situazione è evidente che l’Amministrazione aveva, quantomeno, l’obbligo di avviare il procedimento per la pronuncia di decadenza dell’autorizzazione rilasciata a V.T. con la determinazione n.111/2007, salva restando la possibilità per quest’ultima di dimostrare eventualmente l’insussistenza dei presupposti per una sua conclusione nel senso divisato dalla ricorrente.L'art. 2, comma 5, l. 241/1990 stabilisca che "il giudice amministrativo può conoscere della fondatezza dell'istanza" e tale potere viene riconosciuto, secondo consolidata giurisprudenza in ipotesi di attività tendenzialmente vincolata, allorquando siano stati forniti tutti gli elementi di giudizio, in fatto ed in diritto, che consentano di ritenere integrati i presupposti indicati nella fattispecie attributiva del potere, circostanze che, come visto, ricorrono nel caso di specie (Cons. Stato, sez. VI, 26 novembre 2008, n. 5843; T.A.R. Molise, 28 gennaio 2010, n. 110; T.A.R. Campania, Salerno, sez. II, 24 settembre 2009, n. 5051).Ne segue che, nella fattispecie, va riconosciuta la fondatezza della pretesa della ricorrente anche con riferimento al contenuto dell’attività provvedimentale che l’Amministrazione dovrà porre in essere.Per le considerazioni che precedono il ricorso deve pertanto essere accolto, conseguendone la dichiarazione di illegittimità del silenzio opposto dal Comune di Vagli di Sotto all’istanza presentata dalla ricorrente cooperativa, nonché l’obbligo per la stessa Amministrazione di provvedere nel termine di trenta giorni nei sensi sopra precisati.»


Sintesi: Nel caso di estinzione del rapporto di concessione per esaurimento della miniera le pertinenze riacquistano la propria autonomia, e la loro proprietà, se si tratta di edifici, appartiene, per il principio dell'accessione, al proprietario del suolo.

Estratto: «3. Per quanto riguarda l’indennità per le aree occupate dai beni pertinenziali, diversi da quelli di cui sopra il Collegio osserva quanto segue. L’art. 19 della l.r. 33/1977 stabilisce: “ I proprietari o possessori dei fondi interessati non possono opporsi alle operazioni occorrenti per la delimitazione della concessione, all'apposizione dei termini relativi ed ai lavori necessari per lo sfruttamento del giacimento, salvo il diritto alle indennità spettanti per gli eventuali danni a norma del disposto dell'art. 13”. L’art. 29 l.r. 33/1977 stabilisce: “Entro il perimetro della concessione le opere necessarie per il deposito, il trasporto e l'utilizzazione delle acque minerali e termali, per la produzione e trasmissione dell'energia ed in genere per la coltivazione del giacimento conduzione e sicurezza dell'attività estrattiva sono considerate di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti a tutti gli effetti della L. 25 giugno 1865, n. 2359 e dell'art. 34 del R.D. 8 febbraio 1923, n. 422. Circa la necessità e le modalità delle opere stesse si pronuncia il Presidente della Giunta regionale. Quando le opere indicate nel 1° comma del presente articolo debbano eseguirsi fuori del perimetro della concessione, il titolare della stessa può domandare la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza, agli effetti delle leggi suddette. Tale dichiarazione è effettuata dal Presidente della Giunta regionale ai sensi dell'art. 4 della L.R. 9 settembre 1974, n. 37. Su richiesta del concessionario, il Presidente della Giunta regionale può ordinare la occupazione d'urgenza, determinando la indennità e disponendone il deposito”. Inoltre l’art. 33 l.r. 33/1977 stabilisce : “Se la concessione non viene rinnovata il concessionario deve, alla scadenza del termine, fare consegna alla Regione del bene oggetto della concessione e delle relative pertinenze”. Infine l’art. 34 l. r. 33/1977 stabilisce: “Il corrispettivo per l'uso delle pertinenze da parte di un nuovo concessionario è determinato nel provvedimento di concessione”. Dal complesso normativo trascritto si evince che il concessionario può espropriare i sedimi necessari alla realizzazione delle pertinenze della concessione nonché delle altre opere necessarie. L’espropriazione determina l’acquisto in capo al concessionario dei relativi sedimi. La proprietà in capo al concessionario, tuttavia, non viene meno al venir meno della concessione atteso che l’art. 33 l. r. 33/1977 prevede un indennizzo per l’uso delle pertinenze da parte del nuovo concessionario. Lo schema normativo, infatti, rende evidente come al venir meno della concessione per esaurimento del giacimento, le pertinenze e i relativi sedimi rientreranno nel possesso del concessionario il quale è sempre rimasto titolare della proprietà sugli stessi. La norma, infatti, prevedendo un corrispettivo a carico del concessionario subentrante per l’uso delle pertinenze rende evidente come nessun trasferimento di proprietà delle stesse avvenga a favore di quest’ultimo. Né può sostenersi che le pertinenze siano acquistate dall’ente pubblico titolare del giacimento. Infatti la giurisprudenza ha affermato che la destinazione di un bene del concessionario a pertinenza di una miniera in concessione non ne comporta, per ciò solo, il trasferimento in proprietà dello Stato bensì un vincolo di destinazione del bene talché nel caso di estinzione del rapporto di concessione per esaurimento della miniera, cessando ogni rapporto pertinenziale, i relativi beni riacquistano la propria autonomia, con la conseguenza che la proprietà di questi, se si tratta di edifici, appartiene, per il principio dell'accessione, al proprietario del suolo (Cass. civ., I, 06 giugno 1987 , n. 4950 Cass. 14 novembre 1975 n. 3829). Quindi la posizione del concessionario proprietario delle pertinenze e dei relativi sedimi è tutelata nei confronti del nuovo concessionario dalla previsione del corrispettivo per l’uso e nei confronti della Regione dalla necessaria restituzione dei beni al momento dell’esaurimento del giacimento. In conclusione non verificandosi, in danno del concessionario, l’espropriazione delle pertinenze minerarie, nessun indennizzo allo stesso dovuto. Infatti, nel caso di specie, quando la concessione sarà nuovamente assegnata alla ricorrente spetterà il corrispettivo per l’uso delle pertinenze. Quando il giacimento si esaurirà le pertinenze e i relativi sedimi che sono rimasti in proprietà della ricorrente rientreranno nuovamente nel suo possesso.»


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